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Rezension

Index Quaderni camerti di studi romanistici/International Survey of Roman Law, 37/2009

Di grande interesse, seppure relativamente circoscritto come argomento ed anche per l’arco cronologico investito dalla ricerca, è il libro di Michael Rieger su Tribus und Staat [sic]. Il tema si riferisce anch’esso alla storia arcaica di Roma, dalle origini alla codificazione decemvirale, investendo peraltro un punto centrale nel processo di formazione della comunità politica. Si tratta di un volume massiccio, con un ricco apparato di note e di utili indici, dove le premesse comparative già evocate nel titolo in realtà appaiono realizzate con metodo e misura. Ciò che immediatamente lo distingue dalle recenti tendenze, ormai dilaganti, orientate verso un comparativismo senza metodo, ridotto sovente alla menzione di una mera sequenza di oggetti storiografici. Anche se non manca, in esso, sul punto strategico costituito dal significato di tribù negli assetti insediativi ed organizzativi del mondo greco-italico, un’ampia ed accurata disamina delle varie realtà. In effetti il tema del libro è esso stesso collocato all’interno di un quadro più ampio: la comparsa dei «collegi elettorali nel contesto urbano e mediterraneo». Così traduco ‘Wahlbezirk’ presente nel titolo, che tuttavia mi sembra un po’ limitativo, giacché io esiterei, per un’epoca tanto risalente, a parlare di distretti elettorali.
Come molto misurato appare questo lavoro nell’evocazione di un sistema concettuale forte come quello di ‘stato’. Un tema, anche questo or-mai al centro di una disordinata ed ampia letteratura, impegnata sia ad esplorarne in generale le origini, sia soprattutto a ricavare dalla storia del mondo classico un materiale utile al fine della costruzione di grandi modelli interpretativi, storico-sociologico-politologici. Fa piacere dunque segnalare il lavoro di un autore che, pur consapevole della complessità delle problematiche contemporanee e attento a quella prospettiva antropologica, oggi per noi irrinunciabili in uno studio sulle origini, appare solida-mente agganciato alla specificità della tradizione storiografica su Roma antica ed alle sue logiche interpretative.
Ed anche qui, ovviamente, il riferimento si sposta immediatamente agli aspetti archeologici: non vi è possibilità di storia romana arcaica che non dipenda dal modo in cui la tradizione letteraria e storico-erudita, oltre che giuridica, si confronti strettamente con la sempre più complessa messe dei dati archeologici e con le loro interpretazioni.
Quello che esce molto chiaramente, in questo libro, e che a mio avviso dovrà pesare sulle ricerche future, è la conferma di un dato, per qualche verso pacifico, perché consacrato dalla tradizione antica e piena-mente recepito dalla storiografia moderna sin dai suoi inizi ottocenteschi, ma per altro verso poi sovente sacrificato a logiche ricostruttive diversa-mente orientate. Mi riferisco alla profonda cesura tra la struttura organizzativa delle tribú cd. ‘genetiche’ appartenenti alle origini cittadine e le tribú territoriali. Una considerazione ovvia, come dicevo, a condizione tuttavia di costruire una prospettiva storico-cronologica in grado di abbracciare questo salto profondo. Che è appunto il mutamento strutturale in grado di avviare quei processi evolutivi altrimenti impediti dalla forza ripetitiva dei vincoli di sangue, veri o fittizi.
La città delle origini: la Roma delle tre tribú e delle trenta curie è ancora una ‘città in formazione’ proprio per l’impossibilità di isolare ruoli e istituzioni come esclusive di essa e non come mera espressione dei gruppi in essa sinecizzati. Il mio punto di vista esaspera volutamente il lato formalistico del ragionamento giuridico perché mira appunto a cogliere il salto che si verifica solo con il loro superamento. Giacché tali forme, come ogni aggregato che non riesce a distinguersi dalle sue componenti, appare sempre regredibile. Così è il caso, ad esempio, della comunità espressa dall’assemblea e dal consorzio di re sotto il ‘re dei re’, dell’età omerica. Molto giustamente l’autore, a tal proposito, parte dalla stretta connessione tra originaria funzione delle tre tribú e loro organizza-zione interna, fondata sul rapporto con le strutture gentilizie. Egli infatti sottolinea proprio la funzionalità strutturale di quella rispetto a queste, allargando altresí la sua visuale oltre il Lazio primitivo. La presenza di un’organizzazione per tribú va al di là di questo, abbracciando un più va-sto «geographischen Kontext», tale da investire la multiforme fisionomia dell’Italia centrale, con le stirpi etrusche, sabelliche e umbre. E che, a sua volta, viene posto in raffronto con l’esperienza greca, sino ad un raffronto molto ravvicinato tra le phylai greche e le tribú romane, con la conseguente discussione della possibile influenza di Demarato e del modello di Corinto sulla realtà romana.
In verità debbo confessare di essere divenuto, col tempo, sempre più scettico sulla fecondità di tali confronti, anche perché le conclusioni che se ne possono ricavare sono assai spesso o troppo generali per essere veramente utili per una fruttuosa comprensione di problemi specifici, o troppo fragili per potervi poi far leva sicura per ulteriori sviluppi. Del resto, se esaminiamo i risultati complessivi di questo sforzo, non ho l’impressione che ci si trovi di fronte a grandi novità, oltre all’ormai definitivo distacco dalle antiche idee sul diverso fondamento etnico-culturale delle tre tribú. Certo: si conferma il rapporto tra sistemi gentilizi e tribú da un lato, e insieme si sottolinea ampiamente il fondamento della nuova unità cittadina rappresentato proprio da questa struttura. Di maggiore interesse appare invece l’ulteriore ipotesi avanzata dall’autore, secondo cui le tre tribú avrebbero anch’esse avuto un carattere territoriale.
Certo, se questo elemento fosse confermato, allora s’illuminerebbe meglio anche la fase iniziale delle successive riforme serviane, con ulteriori complicazioni peraltro. Ciò infatti presuppone altresí il carattere territoriale anche delle trenta curie, costitutive delle tre tribú. È questo un dato che emerge abbastanza bene dalle fonti, ma che, a sua volta, ci porta a riflettere ulteriormente sul rapporto tra curie e gentes. Un rapporto senz’altro tenuto fermo da molti di noi e che tuttavia ha sempre evocato un radicamento territoriale anche delle gentes che molti studiosi moderni hanno cercato variamente d’interpretare e che inevitabilmente ritroveremo anche nel cap. IV di questo libro, dedicato alle «Landtribus».
Ora, come dicevo, questa stessa sottolineatura, a sua volta, rende meno facile interpretare i successivi passaggi segnati dalle riforme serviane. Se l’organizzazione per tribú territoriali potrebbe apparire saldata proprio sui precedenti insediamenti territoriali di tipo gentilizio, segnandone tuttavia il superamento con la centralità della proprietà individuale (del pater familias), incompatibile con qualsiasi ruolo di controllo economico di tipo comunitario, si dovrebbe concludere attribuendo al mero sistema delle quattro tribú urbane un significato di rottura. Esso dunque costituirebbe una fase autonoma e da interpretare secondo una sua logica propria, non solo rispetto all’assetto precedente, ma anche in rapporto al successivo disegno, con la presenza delle tribú rustiche che a sua volta avrebbe permesso l’assunzione di una specifica rilevanza nella comunità politica delle forme d’insediamento e di appropriazione agraria. Una conclusione affatto plausibile che postula tuttavia una nuova interpretazione della fase riformatrice della monarchia etrusca, probabilmente segnata da interne cesure più complesse di quelle in genere tratteggiate, almeno a livello dei nostri manuali di storia istituzionale.
Luigi Capogrossi Colognesi

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Tribus und Stadt

Die Entstehung der römischen Wahlbezirke im urbanen und mediterranen Kontext (ca. 750-450 v.Chr.)
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Entstehung und Topographie der römischen Wahlbezirke (ca. 750-450 v.Chr.)
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